sabato 12 gennaio 2008

IntroVERSI "Il Sabato nel villaggio"

Gaio Valerio Catullo

Che tu sconvolto dal dolore della tua sventura
mi scriva questa lettera impregnata di lacrime,
perché come un naufrago travolto dalla violenza del mare
io ti soccorra e ti salvi in punto di morte,
ora che nella solitudine del letto Venere
non ti concede di trovare la pace del sonno
e le Muse più non ti rallegrano nell'angoscia della veglia
con la dolcezza dei poeti antichi, mi è caro, caro che a me,
come amico sincero, tu chieda il conforto affettuoso della poesia.
Ma perché anche tu, Allio, conosca le mie amarezze
e non creda che io rinneghi i doveri dell'ospite,
ascolta in che traversie io stesso sono immerso
e non chiedere a un infelice di donarti gioia.
Al tempo della mia prima toga candida,
quando l'età fiorita si godeva la sua primavera,
mi abbandonai a vivere e certo lo sa la dea
che dolce e amaro mescola in ogni affanno d'amore,
ma tutto, tutto nel pianto la morte del fratello ha cancellato.
Ahimè fratello, fratello mio,
tu con la tua morte tu ogni gioia m'hai spezzato,
con te tutta la nostra casa con te hai sepolto,
con te ogni mia felicità, che nella tua vita
tu di dolce amore ti nutrivi, con te è finita.
E con la sua morte io ho bandito dalla mente le mie fantasie,
ogni piacere dello spirito.
Ora tu mi scrivi 'è indegno restare a Verona, Catullo,
mentre qui uno dei tuoi più vecchi amici
cerca calore nella solitudine di un letto';
no, Allio, non è indegno, ma triste, questo sì.
Mi perdonerai dunque se non ti offro quei doni
che il lutto anche a me ha tolto, ma non mi è possibile.
E poi non ho con me i miei libri, le mie poesie,
perché io vivo a Roma, lo sai, e lì è la casa dove abito,
dove si consuma la mia vita:
qui di tanti libri non ne ho che una dozzina.
Stando così le cose, non vorrei che tu pensassi ad una forma di grettezza
o di falsa amicizia, se non ti mando nessuno dei doni che mi chiedi:
ti donerei anche di più, se mi fosse possibile.
Ma non posso certo tacere, o dee, quanto, come e con quale tenerezza Allio
m'abbia aiutato, e perché il tempo fuggendo verso l'oblio dei secoli
non ricopra di nera notte questo suo affetto,
io lo dirò a voi e voi dovrete dirlo a tutti:
fate che queste carte continuino a parlarne . . .
e sempre, sempre più in morte diventi famoso,
non lasciate che tessendo la sua trama sottile
il ragno avvolga di indifferenza il nome di Albo.
E voi sapete che tormenti m'abbia dato Venere con la sua ambiguità,
a che punto m'abbia ridotto, quando io bruciavo come la rupe di Sicilia
o la sorgente Màlia alle Termopili dell'Eta,
o gli occhi dolenti si consumavano nel pianto
bagnando le guance di una amara pioggia di lacrime,
come dalla cima di un monte che si perde in cielo
sgorga limpido un ruscello tra i muschi delle rocce che,
precipitando a valle lungo tutto il pendio,
penetra attraverso le strade affollate di gente,
alleviando la stanchezza e il sudore dei viandanti
quando il caldo opprimente screpola i campi riarsi.
E come nel buio della tempesta i marinai sentono arrivare
in un soffio il vento favorevole invocato nelle preghiere
a Castore e Polluce, così fu per me l'aiuto che mi venne da Allio.
Egli mi aprì davanti un campo che m'era vietato:
a me, alla mia donna egli diede la sua casa,
perché lì vivessimo il nostro reciproco amore.
E lì entrando con passo leggero la mia dea
si fermò bianca di luce sulla soglia consunta,
puntando il suo piede nel sandalo con un fruscio;
così un tempo bruciando per lui d'amore entrò Laodamìa
ella casa di Protesilào, una casa costruita invano
perché col sangue mai vittima aveva conciliato gli dei del cielo.
Nessun desiderio, vergine Nemesi,
mi spinga a rischiare tanto contro il volere degli dei.
Che sete abbia di sangue un altare senza vittime
l'apprese Laodamìa perdendo suo marito,
quando dovette staccarsi dal collo dello sposo
prima che inverno dopo inverno potesse saziarne
nelle sue notti interminabili l'ansia d'amore,
perché riuscisse a vivere separata da lui
(ma le Parche sapevano che fine avrebbe fatto,
se fosse andato in armi sotto le mura di Troia).
Allora, per il ratto di Elena, proprio allora Troia
chiamava a sé i migliori uomini di Grecia, Troia, infame,
fossa comune d'Asia e d'Europa, Troia,
cenere amara d'eroi e d'ogni eroismo, quella,
quella che anche mio fratello ha spinto a morte senza perdono.
Ahimè fratello, fratello mio, persa anche la gioia della luce,
fratello mio, con te tutta la nostra casa con te hai sepolto,
con te ogni mia felicità, che nella tua vita tu di dolce amore ti nutrivi,
con te è finita. Ed ora lui fra sepolcri sconosciuti lontano,
composto lontano dalle ceneri dei parenti,
in questa Troia oscena, in questa Troia maledetta,
terra straniera lo incatena ai confini del mondo.
Là da ogni parte accorse tutta la gioventù greca
abbandonando il proprio focolare,
perché Paride non trascorresse indisturbato
in un letto tranquillo i suoi ozi, godendosi la femmina rapita.
E per questa sventura, Laodamìa bellissima,
ti fu strappato uno sposo più dolce della vita,
del tuo stesso respiro:
inghiottendoti nel suo vortice la passione
ti gettò in un baratro senza fondo,
come quello che a Fèneo sotto il Cillène prosciuga,
secondo i Greci, il terreno assorbendone gli umori,
quello che si dice abbia scavato il falso figlio di Anfitrione
attraverso le viscere del monte,
nei giorni in cui abbatté con le sue frecce infallibili
i mostri di Stìnfalo per ordine di un tiranno,
perché alle porte del cielo salissero
altri dei ed Ebe non rimanesse vergine eternamente.
Ma più profondo d'ogni baratro fu il tuo amore,
che t'insegnò a sopportare mansueta quel giogo:
niente è così caro a un padre incalzato dagli anni come
il nipote inatteso nato alla sua figliola,
che riconosciuto erede di tutte le ricchezze
e incluso col suo nome nel testamento del nonno,
troncando la turpe gioia del parente deriso,
dal capo bianco fa volar via quell'avvoltoio;
né mai del suo candido compagno prende piacere così grande la colomba,
che a furia di beccate strappa un bacio dopo l'altro
con un'avidità che non possiede la più insaziabile delle donne;
ma tu, tu da sola hai superato l'intensità del loro amore,
quando abbracciasti il tuo biondo eroe.
E affascinante o quasi come te in quegli istanti,
la luce mia in un abbraccio si strinse al mio grembo,
e volandole tutto intorno candido di luce risplendeva Amore
nella sua tunica di croco.
Anche se non le basta Catullo, sopporterò,
purché sia donna discreta, qualche amore furtivo
per non rendermi noioso come fanno gli sciocchi.
Giunone stessa, regina dei cieli, seppe vincere,
abituata com'era all'infedeltà di Giove,
l'ira per le colpe del suo capriccioso marito.
Ma non si può paragonare gli uomini agli dei:
smettila con queste pose da vecchio rimbambito,
non fu certo la mano del padre che la condusse,
avvolta di profumi orientali, nella mia casa, ma lei stessa,
fuggendo dalle braccia del marito,
a me si donò furtiva in una notte di sogno.
E questo mi basta, se lei ricorderà felici quegli istanti
che solo a me, a me solo ha donato. Per tutto quello che m'hai dato dunque,
accetta in dono questi versi, Allio, scritti come meglio ho potuto,
perché in tutto il tempo a venire nessun giorno
mai possa corrodere di ruggine nera il tuo nome.
Ed infiniti vi aggiungeranno gli dei quei doni,
che Temi dava un tempo in premio agli uomini giusti.
Siate felici, tu e l'anima della tua vita, e la casa in cui ci amammo
io e la donna mia, e chi da allora mi concede
e mi nega rifugio perché da lui viene la ragione
d'ogni mio bene, ma innanzi a tutti lei,
più cara di se stesso, lei,
la luce mia, che con la sua mi fa dolce la vita.

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